Gli orti di Maria Elena

Nelle terre dei soci di Romagna e di Giovanni Pascoli

La Via degli Orti mi ha portato, in queste tiepide giornate di settembre in Romagna, richiamata dai soci Agribologna che in questo periodo stanno producendo i migliori ortaggi dell'anno, per farmi assaggiare alcune specialità locali del territorio compreso fra Cesena e Rimini.

Andando verso le terre di Tufo e Astolfi, la strada, l'ormai nota Via degli Orti, mi ha portato a San Mauro Pascoli e mi ha (letteralmente) calamitato dentro alla Torre, struttura a dir poco straordinaria, nella magnificenza dell'architettura di campagna dei Torlonia, esempio mirabile di villa romagnola del '700, per il singolare impianto planimetrico della costruzione principale, lo splendido portone settecentesco, la torre che sottolinea l'ingresso principale del complesso, e che fu al centro del delitto in cui morì il padre di Giovanni Pascoli, Ruggero.

Il salto indietro di 150 anni è immediato, è facile immaginare il lavoro dei campi intorno a questa imponente struttura, la quantità di persone impiegate: un villaggio all'interno della tenuta dove si intrecciavano storie, amori, turbamenti, invidie.
E' in questa complessità, molto lontana dall'attuale agricoltura, che avvenne una disgrazia familiare il cui centro fu appunto nella Villa Torlonia, di cui Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, affettuosamente chiamato Zvanî , era amministratore e fiduciario dei Principi proprietari.

Entrando nella Villa, oggi di proprietà comunale, destinata ad altri fasti, favorita in questo da un proscenio di sicura presa per rappresentazioni, concerti, convegni, mostre, non si può non pensare al Pascoli, alle poesie che (una volta) si imparavano a memoria e fra questa, una (e chi non la ricorda), forse fra le più belle insieme a quelle di Leopardi e di Carducci: La cavallina storna. Ricordate....

O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna

Dentro alla Villa e nella vicinissima Casa di Giovanni Pascoli, ho trovato tutto: il fatto, la poesia, la ricerca della verità.

Il fatto.
Sabato 10 agosto 1867, San Lorenzo, Ruggero Pascoli si reca col suo calesse trainato dalla fedele cavallina storna a Cesena, dove c’è la fiera, per incontrare un fantomatico signor Petri, in arrivo da Roma. L’uomo, chiunque sia, non si presenta. Intorno alle sei del pomeriggio, Ruggero riprende le redini della cavalla e imbocca la via Emilia per tornare a casa. È solo. Appiattati nel fosso, all’altezza di Gualdo, lo aspettano due “uomini atroci”. Una fucilata raggiunge Ruggero Pascoli alla testa. Si accascia nel calesse, ma non ne viene sbalzato. La cavallina lo conduce ugualmente a San Mauro, seguendo a memoria il percorso di casa, dove lo aspetta la moglie, nonché madre dei suoi otto figli. La maggiore Margherita, non ha ancora diciassette anni, mentre Giovanni ne ha dodici, e in quel momento è a Urbino, nel collegio degli Scolopi. Ruggero Pascoli quando arriva a casa è già morto. Le indagini, lacunose e svogliate, non portano a nulla. Le piste più probabili, rivalità professionali e politiche vengono ignorate. In paese le voci girano, ma il colpevole non sarà mai perseguito. L’omicidio segna la dispersione della famiglia: la vedova e gli orfani, sfrattati, iniziano una vita randagia, segnata negli anni seguenti da un’infinità di sventure.

La lirica. 
La Cavallina storna fu scritta da Pascoli nel 1903, molti anni dopo. In apertura della poesia si fa riferimento alla tenuta “La Torre”, nei pressi di San Mauro in Romagna, il cui amministratore era appunto il padre di Giovanni. Nelle scuderie di questa villa si trovava la “cavalla storna“, nera con le macchie bianche, la stessa che guidava il calesse il giorno in cui suo padre fu colpito a morte. Nel testo della poesia, il poeta si rivolge più volte all’animale con un ritornello: O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna. E’ stata Mariù, Maria, la sorella minore di Giovanni Pascoli, a riprendere questa lirica nel 1912, dopo che il poeta era già morto, e a spiegare che la protagonista, la cavallina storna, era un animale un po’ ribelle che però diventava mansueta solo con il padre: tu capivi il suo cenno e il suo detto. Dopo la morte del  padrone, la cavalla cominciò a farsi guidare solo dal fratello maggiore, Giacomo, come se avesse capito la disgrazia che lo aveva colpito.

La ricerca della verità.
La cavallina è l’unica testimone della morte di Ruggero Pascoli. E’ a lei che la moglie, disperata, chiede il nome dell’assassino. Ad un certo punto, incalzata dalle domande della donna, la cavalla nitrisce dopo che questa proferisce il nome del probabile assassino. Giovanni Pascoli non riesce a elaborare il lutto, la morte del padre diventa un'ossessione. Non smette di cercare la verità. Anni dopo, come un detective, durante le vacanze estive a San Mauro va' per trattorie a far domande col fratello Raffaele: raccoglie dicerie, allusioni, il nome del mandante. Ma all’appuntamento con un presunto testimone oculare riceve solo botte, minacce e l’ordine di piantarla. Vox populi, mai confermate, dicono che furono due sicari, i cui nomi cambiarono spesso e non vennero mai confermati, mentre il mandante fu Pietro Cacciaguerra, uomo prepotente che aveva avuto dei contrasti con Ruggero, uomo onesto e corretto, e che era emigrato in Sudamerica, dove fece fortuna. Ritornato a Savignano era divenuto un possidente e "signorotto" del luogo, e l'anno dopo l'omicidio, venne nominato amministratore, coadiuvato proprio da Petri, quasi confermando la diceria che lo voleva responsabile. È anche possibile anche che il principe Torlonia sapesse la verità sul delitto, e per timore di ritorsioni, avrebbe dato addirittura il suo assenso.

Un'allegoria.
Anche se la parola “storna” significa grigia, la magia di Pascoli è anche qui: lo “storno” è anche un termine del gergo delle armi, indica il rinculo del fucile quando spara. E il movimento retrogrado della pallottola, che incontrando un ostacolo rimbalza e torna indietro. Una poesia può essere un’arma da fuoco, un proiettile da conficcare nella coscienza dell’assassino.
 
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